Nonsonopoetica
Articolo di Roberta Picatti
Ottobre sembra ormai lontano, eppure non possiamo fare a meno di ricordare le serate speciali che hanno animato Bibliovenaria. Tra queste, una in particolare ci è rimasta nel cuore: venerdì 10 abbiamo ospitato Nonsonopoetica, alias Iris, cantautrice italo-messicana capace di far dialogare mondi, lingue e storie diverse attraverso la sua musica. Il concerto, intimo e coinvolgente, ci ha permesso di avvicinarci alla sua visione artistica e di scoprire come la musica sia profondamente intrecciata con la sua identità.
Per approfondire la sua storia e il suo modo di vivere la musica, abbiamo deciso di farle qualche domanda: ecco le sue risposte.
Come concili la tua identità di cantautrice con il tuo nome d’arte ‘Nonsonopoetica’? È una provocazione o un modo per ridefinire cosa significa essere poetica? E in tutto questo, come si inserisce la tua dichiarazione social ‘mi chiamo Iris e sono polemica’?
Nonsonopoetica è una parte di me, un’estensione del modo in cui vivo e quindi in cui faccio musica. Non ho mai pensato di separare la mia vita personale e la mia identità dal mio modo di vivere la musica, perché mi è impossibile pensarmi o pensare e creare senza creare musica. Vivo la musica come una necessità e non essere poetica è un po’ il mio manifesto. La mia volontà di non essere poetica sta nel cercare di risemantizzare il modo di fare arte, musica e poesia. Per me la scrittura e il canto sono una necessità, quindi viverle in modo “non poetico” significa rivendicare l’arte che viene dalle nostre gole e dalle nostre viscere, esistere ripartendo dal margine come centro, andando contro a quelli che vorrebbero essere canoni e tecniche imposte.
Proprio in questo trovo la polemica, il mio non essere poetica, emergere dal margine e fare rumore, contestare i confini e gli ordini prestabiliti.
Come convivono in te questi due aspetti – la cantautrice sensibile e la Iris “polemica”? (E ancora: Quando smetti di essere Iris e inizi a essere Nonsonopoetica? O non c’è
confine?)
Questi due elementi convivono in me nella vita e nella lotta, senza un confine prestabilito. Vivo la rivoluzione e la contestazione come atto di cura, per me la ribellione è un atto di amore. E vivendo la mia vita con amore, vivo ribellandomi.
Ogni pezzo che esegui è sempre preceduto da una tua riflessione, una cornice introduttiva. Ed è molto bello sentirti parlare e ascoltare i tuoi ragionamenti prima di venire rapiti dalla tua musica. Come nasce questo momento di “introduzione”? E che funzione ha per te parlare prima di cantare, raccontare un pensiero o una storia prima di suonare – è una forma di abstract emotivo, un atto di responsabilità autoriale, una guida… oppure qualcos’altro ancora?
Per me parlare a un pubblico da un palco, in strada e dal microfono è il mio atto politico di piazza, una ribellione al megafono, ma anche un momento intimo in cui mi prendo un attimo per fermarmi in questo mondo caotico e sempre di corsa, per trovare respiro.
Parlare con il pubblico è meraviglioso, perché ci dà la possibilità di vivere un momento insieme, di comunità ed educarci a vicenda come atto politico, ma anche di conoscerci e vederci nelle nostre differenze, condividendole come punti di forza. Non ho “scelto” di creare questo format, ma concerto dopo concerto sentivo la necessità di usare la mia voce e il microfono per dire ciò che penso e quello in cui credo. Per questo motivo nei concerti ho iniziato ad inserire anche delle letture che mi hanno aiutato e mi aiutano a crescere e a riflettere e cerco di condividerle perché lo reputo un atto di amore e di cura collettiva.
Il tuo repertorio attraversa mondi lontani – dalla Sicilia di Rosa Balistreri al Medio Oriente, fino al Sud America – e crea quasi una “mappa emotiva” più che geografica.
Qual è il filo invisibile che lega questi brani? C’è un sentimento, o un tema universale, che ritrovi in tradizioni musicali così distanti fra loro? E, in un contesto italiano, cosa significa per te affiancare un canto siciliano come Cu Ti Lu Dissi a un brano mediorientale come Ya Taleel Al-Jabal? Quale messaggio vuoi trasmettere con questa piccola biblioteca sonora multilingue (e anche polistrumentale) che porti sul palco?
Le diverse culture e tradizioni musicali e linguistiche che porto sul palco e che canto sono parte del sangue che scorre nelle mie vene e il respiro che mi tiene in piedi tutti i giorni. Il Messico e il Sud Italia sono le mie radici, le canzoni della buonanotte e le lingue che mi hanno cresciuta e alimentata. La Palestina invece fa parte della famiglia che mi cresce ormai da adulta, che mi ha accolta che e ogni giorno mi insegna l’amore per la terra, le radici e la resistenza come atto d’amore. Se il Messico e il Sud Italia mi hanno tenuta in grembo, allora la Palestina mi insegna a camminare.
Sono molto felice che abbiate sentito come questa mappa sia “emotiva” più che geografica e che quindi possa dimostrare la connessione senza frontiere che esiste in ognuna di noi e nelle nostre voci.
Affiancare canzoni molto forti, resistenti e diverse fra loro e farlo qui in Italia per me è uno dei modi che ho per dimostrare che l’identità non è monolitica e tantomeno univoca, ma siamo un insieme di tanti piccoli pezzi che comunicano fra loro. Questo mosaico identitario lo condivido musicalmente per dimostrare che le nostre identità, personali e sociali, sono uniche e diverse, ma che non per questo non possano stare insieme in equilibrio e armonia. Proprio per questo il chile verde si sposa bene con l’olio di oliva e lo za’atar la mattina.
Cosa ha significato per te crescere artisticamente a Torino? Ci sono luoghi, persone o storie che hanno lasciato un’impronta sul tuo percorso, e ti senti parte della scena locale o ti percepisci più come un percorso solitario e trasversale?
Torino è sempre stata la mia casa, e quindi l’ho sempre tanto amata quanto detestata. È una città che dà molte possibilità, che ti fa trovare “diamanti” in bancarelle del souk a cinquanta centesimi, ma è anche la città della gentrificazione, dell’emergenza abitativa e delle periferie chiuse ermeticamente su sé stesse. Essendo cresciuta tra la periferia e la provincia, quando ero più piccola ho sempre avuto paura di restare “chiusa” in quel microuniverso periferico, di essere relegata nelle note a margine, di crescere andando “sempre nello stesso bar”, restando sempre nello stesso parchetto e in mezzo agli stessi palazzi. Solo allontanandomi e, a volte, scappando, sono riuscita ad innamorarmi di nuovo di Torino e soprattutto della periferia di Torino nord, che ora oltre che casa stabile è anche la mia fucina artistica, musicale e circense.
Per quanto riguarda la musica, mi sento parte della scena musicale torinese solo nel momento in cui ne occupo uno spazio in maniera critica, come cantautrice, italomessicana, polistrumentista, polemica e politica.
Sei stata ospite della nostra biblioteca, un luogo di silenzi e di storie provenienti da tutto il mondo: ti sei sentita in risonanza con questo ambiente e che valore ha per te portare la tua musica in luoghi non canonici?
Avere la possibilità di suonare con voi e per voi in Biblioteca è stata la realizzazione di un sogno. Avete reso realtà la mia volontà, come artista ed educatrice, di portare il sapere ovunque e di considerarlo in più modi: attraverso l’arte, la musica, le parole e i libri.
Semplicemente, siete un sogno che diventa realtà, e di cui spero di poter fare parte.
Se la tua musica fosse un libro sullo scaffale, cosa vorresti che il pubblico “prendesse in prestito” da te e portasse a casa dopo averti ascoltata?
Vorrei che le persone potessero portare con sé e in giro per il mondo la voglia di imparare, scoprire, sbucciarsi le ginocchia e sbagliare, ma soprattutto di vivere e farlo con amore. Vorrei anche regalare loro lo stupore di scoprire voci e storie plurali e di poterle accogliere nella loro quotidianità, riconoscendone le differenze e rispettandole.
La tua musica dialoga profondamente con la parola e con le storie: c’è un libro, un autore o una tradizione narrativa – italiana, messicana o di qualsiasi altro mondo – che senti come una tua radice o che ha influenzato il tuo modo di scrivere? E, restando in tema di storie, quale libro consiglieresti al nostro pubblico?
Credo che la scrittura letteraria che più “mi parla” è quella del linguaggio onirico e reale del realismo magico, perché crescendo è quel linguaggio che mi ha permesso di smettere di sentirmi sbagliata scoprendo che la mia percezione della realtà effettivamente esisteva, solo che stava a qualche viaggio continentale di distanza. Nella mia crescita mi ha anche aiutata molto leggere e cantare le opere di Federico García Lorca, con i suoi colori e metafore che sono allo stesso tempo una carezza e un coltello affilato.
Di libri ne consiglierei due: Voladoras di Mónica Ojeda e Insegnare a trasgredire di Bell Hooks.








