Dicembre 2025: Jane Austen
Una sera d’inverno, una biblioteca illuminata da lucine, una pizza condivisa tra gli scaffali. Un romanzo che gioca con l’immaginazione, un film che racconta una scelta d’amore e di libertà. Così Jane Austen è entrata alla Bibliovenaria: con leggerezza, ironia e il piacere profondo di leggere insieme.
Ci sono libri che chiedono silenzio e concentrazione.
E poi ce ne sono altri che chiedono compagnia.
L’abbazia di Northanger appartiene senza dubbio alla seconda categoria: un romanzo che nasce dal piacere della lettura, che dialoga con altri libri, che sorride alle mode del suo tempo e invita chi legge a fare lo stesso. Per questo, il nostro incontro di gruppo non poteva che trasformarsi in una serata conviviale, leggera, un po’ romantica e molto condivisa.
Abbiamo iniziato così: una pizzata tra gli scaffali della biblioteca. Libri intorno, cartoni sul tavolo, chiacchiere che rimbalzavano da una fetta all’altra. Un modo informale e affettuoso per entrare nel mondo di Jane Austen, che della socialità aveva fatto un vero e proprio laboratorio narrativo. Come nei suoi romanzi, anche per noi il cibo è diventato un pretesto per stare insieme, osservare, commentare, ridere. E parlare di Catherine Morland, delle sue illusioni gotiche, delle sue ingenuità, delle sue prime scoperte. L’abbazia di Northanger è spesso considerato uno dei romanzi “minori” di Austen, ma forse è proprio quello che più parla di lettura. Catherine è una ragazza che ama i libri, li divora, li prende sul serio. Talmente sul serio da vedere il mondo attraverso le loro lenti. Castelli, corridoi bui, segreti di famiglia: tutto sembra pronto a trasformarsi in un mistero. Ma l’autrice, con la sua ironia gentile e affilata, ci accompagna passo dopo passo nello smontaggio di quelle aspettative. Non per ridicolizzare la fantasia, ma per mostrarne il funzionamento.
Durante la discussione, è emerso quanto questo meccanismo sia ancora attualissimo. Quante volte anche noi interpretiamo la realtà attraverso le storie che consumiamo? Quante volte cerchiamo colpi di scena dove ci sono solo persone, fragili e contraddittorie? Catherine sbaglia, sì, ma sbaglia perché sta crescendo. E crescere, per Austen, non significa smettere di immaginare: significa imparare a distinguere, a dosare, a guardare meglio.
Tra una fetta di pizza e una citazione, abbiamo parlato di Bath come grande palcoscenico sociale, di balli e passeggiate come veri e propri rituali, di quanto l’apparente leggerezza del romanzo nasconda una lucidissima osservazione dei rapporti umani. Austen racconta un mondo di pizzi, carrozze e convenzioni, ma lo fa senza idealizzarlo: sotto la superficie elegante scorrono ambizioni, paure, desideri di libertà. E soprattutto, uno sguardo attentissimo alle donne. Catherine Morland non è un’eroina brillante o straordinaria. Non è Elizabeth Bennet, non è Emma Woodhouse. È ingenua, impulsiva, spesso fuori tempo. Ed è proprio questo a renderla così vicina. Austen le vuole bene, e lo si sente. Non la punisce per il suo entusiasmo, non la umilia per i suoi errori. La accompagna. E forse accompagna anche noi, ricordandoci che l’amore per i libri è una forza, non un difetto, purché venga messo in dialogo con la realtà.
Dopo la cena e la discussione, la serata è proseguita con la visione di Becoming Jane. La biblioteca si è trasformata: poltroncine, lucine soffuse, coperte, un grande telo per la proiezione. Un’atmosfera intima, quasi domestica, che sembrava fatta apposta per raccontare un’altra storia d’amore. Non quella di Catherine, ma quella di Jane Austen stessa.
Il film ci ha permesso di spostare lo sguardo: dal romanzo all’autrice, dalla finzione alla vita. Jane giovane, brillante, ironica, innamorata. Jane che conosce il sentimento fino in fondo, senza idealizzarlo. In Becoming Jane l’amore per Thomas Lefroy non viene negato né sminuito: è intenso, condiviso, possibile. Proprio per questo, Jane sceglie di rinunciarvi. Capisce che sposarsi significherebbe chiedere a Thomas di voltare le spalle alla propria famiglia, di usare per loro il denaro che gli è stato affidato, e che quella rinuncia, col tempo, si trasformerebbe in un peso, in una frattura silenziosa, in un logoramento dell’amore stesso.
Per amore di Lefroy, Jane lo lascia libero. E nel vuoto lasciato da quella scelta, prende forma un’altra fedeltà: quella verso la scrittura. Non come ripiego, ma come destino consapevole. Una scelta dolorosa e generosa, che restituisce un’immagine dell’autrice lontana dalla figura rigida e distante che spesso le viene attribuita, e invece sorprendentemente viva, moderna, complessa: capace di scegliere l’amore, anche quando significa lasciarlo andare.
Guardando il film nella cornice della biblioteca, è stato facile sentire un filo che lega tutto: le sue eroine, la sua vita, il nostro gruppo di lettura. Donne che leggono, che osservano, che cercano di capire il mondo e il proprio posto dentro di esso. Donne che, con strumenti diversi, provano a scegliere.
La serata si è chiusa senza fretta. Qualcuna avvolta nella coperta, qualcuna ancora con il bicchiere in mano, qualcuna già pronta a consigliare un altro libro. C’era quell’atmosfera rara in cui non serve dire molto, perché si sente di aver condiviso qualcosa di buono. Una storia, certo. Ma anche un tempo.
Jane Austen, con L’abbazia di Northanger, ci ha ricordato che la lettura può essere gioco, parodia, riflessione. Che il romance non è un genere minore, ma un luogo dove si intrecciano immaginazione, critica sociale e desiderio di libertà. E che crescere, come lettrici, come lettori e come persone, non significa smettere di sognare castelli e abbazie, ma imparare a riconoscere i fantasmi veri da quelli inventati.
Noi, intanto, li abbiamo cercati tra gli scaffali. Con una pizza in mano, un film negli occhi e la sensazione di essere esattamente nel posto giusto.
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