Novecento
Articolo di Manuela Corneo
Ci sono storie che sembrano scritte per rimanere chiuse tra le pagine di un libro, eppure chiedono di essere lette ad alta voce. Novecento di Alessandro Baricco è una di queste.
È un monologo breve, denso, calibrato come una composizione musicale. C’è un uomo che ha vissuto tutta la vita su una nave e suonato il pianoforte come nessun altro. Si chiama Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento. Forse non è mai esistito, o forse sì. A raccontarlo è il trombettista del transatlantico: un amico, un musicista, uno che l’ha visto suonare. E questo, a pensarci bene, basta.
Novecento è una leggenda, una melodia che scivola tra onde e pianoforte, che vibra sotto la superficie dell’oceano. Baricco scrive queste pagine pensando al palcoscenico, con il respiro del teatro nel petto. Lo chiama monologo e non romanzo; e non a caso. Le parole sembrano nate per essere incarnate, per danzare sulla scena insieme alla luce e al silenzio. È teatro nel senso più intimo: una voce, una storia, una verità interiore che cerca di uscire.
Nel 1994, Eugenio Allegri diventa Novecento. Lo fa per la regia di Gabriele Vacis, in uno spettacolo che resterà nella memoria di chi lo ha visto. Allegri non interpreta il trombettista: è lui. È il corpo che si fa racconto, è la parola che diventa musica. Per vent’anni porta in giro questo testo, come un testimone passato di mano in mano, senza mai perdere forza.
Poi arriva il cinema. Nel 1998, Giuseppe Tornatore firma La leggenda del pianista sull’oceano. Il titolo è lungo, il film è sontuoso. La nave diventa visibile, il pianoforte vola, la musica (composta da Ennio Morricone) si allarga come il mare. Tim Roth è Novecento, enigmatico e gentile. Il film cambia molte cose, ma conserva il cuore: quell’idea poetica e impossibile che si possa vivere tutta una vita sul mare, senza mai scendere, perché “la terra è una nave troppo grande per un uomo solo”.
Nel 2008, perfino Topolino ne fa una versione a fumetti. La storia si adatta, si traduce in immagini e balloon, eppure resiste. Mickey Mouse prende il posto del trombettista, Novecento ha il volto sognante di Pippo. È la dimostrazione che le buone storie sanno cambiare pelle senza perdere anima.
E poi c’è il teatro che ritorna. La compagnia POEM | Potenziali Evocati Multimediali sceglie di leggere il testo in scena, a più voci, in un gioco di equilibri e respiri. È una lettura corale, eppure intima. Nessun protagonista, nessun palco da calcare: solo il testo, la voce, e un pubblico che ascolta. In silenzio, come si ascoltano le cose preziose.
Novecento è il simbolo di quanto i libri e il teatro possano parlarsi. A volte un libro nasce per essere letto, altre volte per essere ascoltato. E ci sono testi che trovano la loro pienezza proprio nella voce di chi li porta in scena. Il teatro accoglie la letteratura come un porto, e la letteratura gli restituisce storie che non invecchiano mai.
Forse è questo che resta, alla fine. Non tanto la vita eccezionale di un pianista mai sceso a terra, ma la possibilità che una storia ci accompagni sotto forme diverse. Pagine, palcoscenici, pellicole, fumetti. E ogni volta che viene raccontata, qualcosa cambia, eppure qualcosa rimane. Come una musica che si ripete, mai uguale, mai finita.
Se questo articolo vi ha fatto venir voglia di rileggere il libro, potete prenderlo in prestito in biblioteca!







